# SANTIER sac. Eugenio, pensatore e mistico
nato a Saint-Brieuc (Bretagna-Francia) il 2 luglio 1879; prof. perp. a Saint-Pierre de Canon il 6 ott. 1895; sac. a Parigi il 21 giugno 1903; + in guerra il 9 ott. 1918.
Rimase presto orfano di padre e fu educato dalla mamma, religiosissima e ardente devota di san Luigi Grignion de Monfort. Fece gli studi ginnasiali a Dinan e quando nel 1893 entrò al noviziato di Saint-Pierre de Canon, era già un piccolo apostolo della “vera devozione “, e ne parlava in pubblico e in privato con un’eloquenza che incantava. Don Francesco Binelli, suo maestro di noviziato — inviato in Francia da don Bosco stesso e maestro per oltre 40 anni in cinque lingue diverse (francese, italiano, ungherese, tedesco e inglese) — morendo a Paterson (USA) il 16 luglio 1931, amava ricordare don Santier come il suo novizio migliore.
Dopo la professione fu inviato a Roma per frequentare l’Università Gregoriana e là si laureò in filosofia il 22 luglio 1898. In quel periodo, più ancora che in filosofia, si distinse per uno spiccato genio matematico. Era un vero serafino nella devozione alla Madonna. Quando ne parlava era inesauribile. A Lei, fin dal 1894, si era consacrato come schiavo di amore, firmando col suo sangue, alla presenza di don Albera, la formula di consacrazione. Lo stesso secondo successore di don Bosco, a mons. Pizzorno vescovo di Sarzano (La Spezia), che stimava assai don Santier, dichiarò apertamente che egli era una delle colonne della Congregazione. Prima fu insegnante di filosofia e matematica a Rueil (Parigi), poi a Parigi. Quindi venne in Italia, a Ivrea, dove rimase fino al 1912.
Possedeva il dono della parola sia nella predicazione, sia nella conversazione, sia nella corrispondenza epistolare, in cui svolgeva prevalentemente argomenti di mistica e di vita spirituale. Aveva un talento musicale singolare. Fin da bambino suonava tutti gli strumenti della banda, ma la sua specialità era il bombardino, “plus gros que lui “, diceva il suo vecchio maestro. Dirigeva meravigliosamente le masse corali, anche in esecuzioni difficili, ma nella musica sacra preferiva la polifonia senza accompagnamento, e il gregoriano nella interpretazione di Solesmes. Tra gli autori profani amava in modo particolare Wagner, e narra don Auffray che, dovendo sostituire colleghi nell’assistenza dello studio, cosa a cui si prestava volentieri, portava con sé un’opera di Wagner e se la leggeva tranquillamente, con un godimento interiore indicibile. Sentendo un’esecuzione corale, era capace di scrivere direttamente la musica, e quando dirigeva, dava le note ai vari cori, senza aver bisogno di nessun sussidio.
Fu in relazione con Labertonnière, Murri, Blondel, di cui era un ardente seguace, e nutriva l’idea di una grande opera filosofica e mistica insieme. Il suo autore preferito era san Giovanni della Croce, che egli aveva il coraggio di leggere ai giovani artigiani, entusiasmandoli. Dal 1912 fino al 1918 fu a Oulx, come cappellano delle suore Trinitaires, che erano state espulse dalla Francia. Rimasto in Italia durante la prima guerra mondiale, verso la fine fu chiamato alle armi e costretto a rientrare in Francia sotto l’accusa di disertore. Al tribunale militare non volle alcun avvocato difensore, ma si difese personalmente in maniera mirabile e trionfale. Inviato al fronte, cadde mitragliato al suo primo giungere il 9 ottobre 1918. Questo fu don Santier: anima tormentata e nobile, che, pur tra le nebulosità della ragione, mai non ebbe un attimo di smarrimento, perché viveva le verità divine, che per lui erano divenute esperienza personale indistruttibile.
Bibliografia
Il carteggio con Don Santier, in: E. Valentini, Don Eusebio M. Vismara, salesiano, Torino, SEI, 1955; pp. 495-540 e 398-401.